JOAN JONAS, THEY COME TO US WITHOUT A WORD

Intervista di Marica Croce. testo di Chiara Trivelli, riprese: Gabriele Zampieri.

L’artista statunitense  Joan Jonas  (New York, 1936), internazionalmente riconosciuta per le sue opere multimediali come pioniera della video e performance art, esprime il suo punto di vista sulla questione di genere, nel mondo dell’arte contemporanea e nella sua opera, in una breve video-intervista realizzata per DARPS durante i giorni di inaugurazione della 56° edizione della Biennale d’Arte di Venezia. Il video mostra alcune immagini del progetto Joan Jonas: They Come to Us Without a Word, presentato dal Padiglione degli Stati Uniti d’America ai Giardini (Commissario: Paul C. Ha. Commissario Aggiunto: MIT List Visual Arts Center. Curatori: Ute Meta Bauer, Paul C. Ha.), che ha ricevuto per questo un premio speciale dalla Giuria. L’articolo prosegue riportando la conversazione avuta nella stessa occasione con Anna Daneri, production manager del progetto, che ci ha raccontato assieme a Roberto Dipasquale, responsabile dell’allestimento, le fasi di produzione della mostra e il modus operandi dell’artista.

Anna Daneri, come si è sviluppato il lavoro nello spazio del Padiglione?

La produzione si è sviluppata su due binari. I video che si vedono nella mostra sono stati prodotti a New York. Per la prima volta Joan Jonas ha avuto la possibilità di lavorare in uno studio di posa, e questo le ha permesso di girare con degli attori, in questo caso bambini, che sono stati coinvolti in una serie di workshops nell’arco di due mesi. I bambini, che avevano un’età compresa fra 6 e i 16 anni, hanno performato davanti a dei “video backdrops”. Joan ha cioè lavorato come spesso fa, proiettando come sfondo della performance delle immagini video di lavori precedenti, che risalgono in alcuni casi anche agli anni Ottanta. Oltre a questi video scaturiti dalle performance, il montaggio include i girati di diverse epoche, che si nota hanno diversi formati, che lei ha voluto mantenere visibili. I video sono visibili in una situazione simile a quella originaria, ogni stanza ha dei palchi-schermi che riproducono la situazione in cui sono stati girati, creando quindi un effetto di proiezione del visitatore all’interno dell’immaginario creato dal montaggio. Ci sono inoltre degli altri video che narrano storie di fantasmi tratti dalla tradizione orale canadese di Cape Breton, dove Joan vive durante l’estate e gira gran parte dei suoi materiali video.
A fianco di questa produzione video, è partita da settembre la produzione degli altri elementi che compongono la mostra, ed è partita grazie al coinvolgimento di Attitudine Forma, con Roberto Dipasquale che è stato il responsabile dell’allestimento, e insieme a Elena Mazzi, che ha lavorato già durante l’estate per trovare alcuni dei produttori degli specchi che vediamo in mostra. Joan Jonas si è ritrovata, infatti, per la prima volta con questo progetto, a lavorare con degli artigiani specchiatori. Lo specchio è uno dei suoi medium più usati, già dalle prime performance di fine anni Sessanta. A Venezia, Joan Jonas ha avuto finalmente l’opportunità di realizzare degli specchi collaborando con degli artigiani locali.

E come è lavorare con Joan Jonas?

Il modo di lavorare di Joan Jonas è molto particolare, lei si affida a persone di fiducia con cui ha già lavorato, perché ha bisogno di creare un dialogo, un confronto. Nel mio caso, il precedente risale al 2007, con il lavoro fatto insieme per la Fondazione Ratti, la performance prodotta insieme in quella occasione, e la mostra co-curata con Roberto Pinto e Cristina Natalicchio alla Galleria Civica di Trento. Nel caso di Roberto Dipasquale e Attitudine forma c’è stato l’allestimento della mostra all’Hangar Bicocca a Milano [dal 02.10.2014 al 01.02.2015], dove è stata realizzata un’importante retrospettiva, forse la più grande retrospettiva di Joan Jonas a oggi. Quindi abbiamo costruito una squadra di fiducia, a cui lei si è riferita in questi mesi, durante i quali ci siamo confrontati a distanza e in situ, perché Joan Jonas è venuta molte volte a Venezia, al Padiglione, durante i mesi precedenti l’apertura della mostra. Per quanto riguarda l’allestimento fisico delle opere del Padiglione, abbiamo iniziato a lavorare a metà marzo, permettendo quindi a Joan, come sempre fa perché è una sua esigenza, di lavorare nello spazio. Il progetto ha avuto, dunque, una genesi abbastanza lunga, partita dall’estate scorsa e maturata durante l’ultimo mese e mezzo di allestimento qui al Padiglione, con la possibilità per Joan di relazionarsi con noi e di assestare le proprie idee e progetti sulla base dello spazio.
Quello che ne è scaturito, They Come to Us Without a Word, è un lavoro nuovo, un progetto che, tra l’altro, troverà una sua emanazione in una performance che Joan realizzerà a luglio al Teatro Piccolo Arsenale, coinvolgendo Jason Moran, un compositore jazz con cui lei collabora da anni.
Mi sono dimenticata di dire che una parte importantissima del progetto è costituita dalle luci. Il sistema delle luci è stato concepito e realizzato in situ da Jan Kroeze, che è un light designer, spesso impegnato nella moda, un amico di vecchia data di Joan, un altro collaboratore e amico. Sono luci che si inseriscono nel progetto a tutti gli effetti, sono parte integrante del progetto. L’aspetto delle luci era, infatti, molto delicato perché, essendo le opere di Joan Jonas delle multimedia installations, in mostra ci sono appunto, oltre ai video, gli oggetti, i disegni, che devono essere illuminati, ma le luci non devono confliggere. Il sistema concepito da Kroeze ha permesso di creare queste luci quasi lunari, che non confliggono con le proiezioni.
In sintesi, l’esperienza di lavoro pregressa, fra Joan Jonas e i componenti del suo team, ha creato un affiatamento, una sintonia, un linguaggio comune che ha permesso di trovare delle soluzioni condivise.

Roberto Dipasquale, ci puoi raccontare come si è sviluppato il lavoro di allestimento?

Il clima, la temperatura che si impostava nel lavoro è stata la chiave di volta di tutto. Per Joan Jonas è importante lavorare con persone conosciute, ma soprattutto lavorare con un ambiente che favorisca lei, ma soprattutto gli altri, a dare il meglio. Questa è la cosa più importante, riuscire a stare insieme in un certo modo, far sì che si riesca a lavorare con un equilibrio sottile. Riuscire a prendere da ognuno lo specifico che solo quella persona riesce a dare, questo fa sì che il risultato finale veramente diventi una specie di concerto.
La nostra società [Attitudine Forma] è una società di servizi per l’arte, al cui interno sono presenti diverse figure. Joan Jonas è riuscita a mettere insieme questo mosaico di competenze. Avere la sua regia è stata un’esperienza potentissima perché un’esperienza umana.
All’inizio, lei aveva definito una serie di manufatti, sia in legno che in ferro, solo schizzati sulla carta, che quindi poi ci siamo trovati a dover realizzare. Per lei è importante avere sempre, come dire, il controllo e la possibilità di modifica del manufatto. Sia con le luci, che i manufatti, che con tutti i componenti della mostra, c’è sempre stato questo dialogo strettissimo, per cui quello che vedi in mostra non è assolutamente quello che era all’inizio. Ne è un esempio la scultura centrale nel cortile, perché questa è proprio venuta fuori man mano un po’ da sola, apparentemente, in realtà c’è anche l’occhio della Jonas, che riesce a vedere forse un po’ più lontano degli altri.

Chiara Trivelli

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