A metà degli Anni Settanta un gruppo di accademiche a Roma di cui facevo parte fondò la rivista di feminist studies DWF focalizzata sulle distorsioni maschio-centriche presenti in tutti gli ambiti del sapere. Sembrava sufficiente decomporre questo meccanismo evidenziandone le distorsioni. A nostro avviso avrebbe automaticamente risolto il problema delle millenarie esclusioni e penalizzazioni subite dalle donne quasi ovunque. Bastava che le donne medesime ne prendessero coscienza per far presente un altro punto di vista. Le cosiddette “quote rosa” in ambito femminista facevano orrore, non ce n’era bisogno per far valere le nostre qualità. A distanza di più di 40 anni dobbiamo ammettere che così non fu. La partecipazione delle donne in tutti gli ambiti – dalla politica, alla scienza, dall’economia all’arte – rimane tuttora molto sbilanciata a loro sfavore. La prima reazione da parte maschile fu uno sconcerto generalizzato, seguito da infinte forme di autodifesa e arroccamenti sulle proprie posizioni. Spesso anche da parte delle donne più giovani venivano critiche aspre. Magari era solo un normalissimo fenomeno generazionale però ci sembravano atteggiamenti ingenerosi visto che le nostre lotte, spesso pagate care in termini di vita privata, avevano ampliato i loro diritti e alleggerito il loro stile di vita.

Penso che alle giovani ragazze di oggi servano modelli di donne forti, figure su cui proiettarsi. Da alcuni anni ho anche cambiato idea sulle “quote”, ora le ritengo indispensabili se vogliamo che questa società pietrificata cambi in direzione di una maggiore equità. Ciò non gioverebbe solo alle donne, ma all’umanità nel suo insieme.

Dora Stiefelmeier